Considerazioni preliminari

Innanzitutto, è bene precisare che non sono una consulente filosofica o una sedicente tale (purtroppo, esiste anche questa categoria). L'obiettivo di questo blog è quello di fornire alcune informazioni di base sul mondo della Consulenza filosofica. Ho avuto modo di svolgere delle ricerche sulle pratiche filosofiche e, in particolare, sulla consulenza: il frutto di queste ricerche è la mia tesi di laurea. Credo che esistano molti luoghi comuni sulla Consulenza filosofica, probabilmente legati a quelli sulla Filosofia, spesso originati dalla superficialità con cui essa viene presentata. Non pretendo di dissolvere completamente i vostri dubbi ma semplicemente di costruire una sorta di "spazio neutro"; sia ben chiaro, la neutralità assoluta non esiste, ognuno parte da supposizioni e, in effetti, io ho una mia precisa idea della consulenza filosofica. Semplicemente, non sono una consulente filosofica, non ho nessun servizio da offrire, non devo convincere nessuno della bontà della mia missione.
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venerdì 22 agosto 2008

Il mito della caverna e la pratica filosofica

Riporto qui sotto una parte dell'interessantissimo intervento che Jon Clayt Graziano di Phronesis (Associazione italiana per la consulenza filosofica) ha tenuto alla IX Conferenza internazionale sulla pratica filosofica svoltasi lo scorso luglio a Carloforte, in Sardegna.
Si tratta di una riflessione di estremo interesse perchè riesce a centrare in pieno quella che è, non solo una delle principali difficoltà della consulenza filosofica ma anche una delle più grandi difficoltà della filosofia stessa, naturalmente, da Platone in poi: il ritorno alla caverna.


Nel suo mito della caverna, che Ran Lahav porta spesso come metafora della pratica filosofica, Platone avverte di questo pericolo dell’irriconoscenza (ingratitudine). Il problema, infatti, non è quello di liberarsi dalle catene, non è ‘riuscire a girare la testa per vedere la luce ‘, come dice Lahav (1). Il vero problema viene dopo, quando i prigionieri della caverna sono incapaci di riconoscere il prigioniero liberato. Nel famoso mito il prigioniero liberato che esce dalla caverna e conosce la verità delle cose, ossia il filosofo, una volta ‘abbronzato’ dal sole della verità, allorquando rientra nella caverna per avvertire e liberare gli altri, non viene creduto, o meglio, viene creduto pazzo, deriso e poi ucciso dagli stessi prigionieri! Socrate docet! Un tale assassinio è naturale e avviene perché i prigionieri sono incatenati dall’infanzia e quindi ovviamente increduli che esista un altro mondo fuori dalla caverna: a loro non interessa certo la luce del filosofo, essi sono molto più preoccupati delle proprie ombre. Inoltre non dimentichiamo che il filosofo, rientrato nella buia caverna dopo aver contemplato la luce della verità, non vede bene, è come accecato, e appare impacciato nei suoi movimenti. E' normale che gli altri prigionieri lo ritengano come un pazzo o un ubriaco. Il filosofo praticante non è quindi colui che vede la luce dopo il buio della caverna: questi potrebbe essere anche un mistico o un pazzo. Al contrario il vero filosofo è colui che, dopo aver visto la luce decide di ritornare nel buio, spinto da un obbligo morale.
La vera vita filosofica non è quella che cerca la luce, ma quella che trova nell’oscurità. Perciò ritengo che sia molto più utile istruire un filosofo a rientrare nella caverna, piuttosto che ad uscirne.
La filosofia aiuta ad uscire dalla caverna; la pratica filosofica serve invece a saperci rientrare. Per uscire dalla caverna esistono molti metodi, che ci vengono dati si dalla filosofia, ma anche dalla musica, dall’amore, dalla pazzia stessa.
Per rientrare nella caverna, invece, i metodi diventano inutili. La pratica filosofica quindi può tranquillamente rinunciare ai metodi propri della filosofia. Essa però deve fare affidamento a competenze, ad abilità che il filosofo è tenuto ad acquisire.
Acquisire competenze equivale a saper aggiustare la vista quando, dopo aver contemplato la luce del sole, si decide di rientrare nell’oscurità della caverna. Ora, dal momento che sono convinto che in Italia (ma anche all’estero) per i prossimi venti anni non sarà ancora possibile parlare di pratica filosofica da un punto di vista professionale (sia perché la società non è ancora pronta a tollerare una simile professione, sia perché molti degli stessi filosofi non sono pronti a ‘scendere nella caverna'), e dal momento che mi ritengo alquanto giovane, mi piacerebbe spendere i prossimi anni della mia vita ad istruire i filosofi che vogliano divenire praticanti, per prepararli ad entrare più agevolmente nella caverna. In tal senso, la mia ‘arma’ preferita rimane la provocazione.

(1)
Parole di Ran Lahav durante un discorso al I Convegno Nazionale di Phronesis a Roma, il 26 febbraio 2005. Il discorso è stato poi pubblicato come articolo intitolato ‘Consulenza filosofica
come filosofia speculativa ’, sul numero 4 (Aprile 2005) della rivista Phronesis.

domenica 3 agosto 2008

Ran Lahav: l'obiettivo della Pratica filosofica



In questo video, Ran Lahav, interessante teorico della pratica e della consulenza filosofica parla della sua concezione di Pratica filosofica durante la prima conferenza nazionale di pratica filosofica del Perù, tenutosi all'Università nazionale di San Marcos a Lima nel febbraio 2007.

Qui sotto la traduzione in italiano. Alcune premesse. Quando Lahav parla di "prima visione ", di seconda visione etc si riferisce a delle diverse concezioni di consulenza filosofica. La prima visione è la concezione di consulenza filosofica come opera di chiarificazione linguistica e che viene generalmente usata nell'ambito della professione di cura. La seconda visione, come afferma lo stesso Lahav, vede la consulenza filosofica come una auto-comprensione. La terza come uno stile di vita. In alcuni casi, comunque, ho aggiunto delle note. L'audio del video, forse, non è un granchè ma in compenso le parole di Lahav sono ottime!


Dunque, si è andata a sviluppare una nuova corrente di Pratica filosofica in cui sono stato molto attivo, ma sono certo che non era l'unica. Questa corrente si basava sull'idea che la filosofia non risolve problemi, al contrario, sono i problemi che possono portare alla vita. Non risolve situazioni difficili, semmai, a volte, pone situazioni difficili. Secondo questa seconda visione, la Pratica filosofica, dovrebbe essere uno sviluppare la nostra auto-comprensione, essere più coscienti delle questioni fondamentali con cui ci confrontiamo nella vita. Il punto è che nella vita quotidiana stiamo tutto il tempo chiedendoci domande filosofiche fondamentali, non solo nel nostro pensiero ma anche nelle nostre scelte, nelle nostre emozioni, nelle nostre speranze e desideri.

Vi faccio un esempio molto semplice: immaginate che il mio migliore amico sta uscendo con una nuova ragazza, che ha una nuova ragazza, e che passino tre settimane prima che egli mi dica che ha una nuova ragazza e quando lo so mi sento molto offeso. Il mio migliore amico non mi ha detto nulla della sua nuova ragazza? Si potrebbe dire che questa è una emozione, giusto? Lo stare offeso. Ma il mio sentimento, la mia emozione, realmente mi dicono qualcosa su quello che è l'amicizia. La mia emozione dice: amicizia significa condividere informazioni personali. Così che, nonostante nella teoria e nel pensiero, mai mi sono posto la domanda su che cosa sia l'amicizia, nella realtà la mia emozione ha espresso una certa concezione di amicizia.

Le nostre emozioni, i nostri comportamenti, le nostre scelte...tutto il tempo, interpretano il mondo: stanno rispondendo a questioni filosofiche profonde, nonostante noi non ne siamo coscienti.

Lo scorso semestre in Israele, un mio stidente in un esercitazione di consulenza filosofica, mi raccontò che il momento più grande della sua vita, nel quale sempre pensa e che desidera sempre che succeda di nuovo, è stato quando in una partita di pallone, la nazionale israeliana ha vinto e fu un'estasi per lui.

Ora, se andiamo un po' più in profondità: il fatto che per lui questa sia stata un'esperienza
talmente bella, a tal punto che continua a pensarla e a sperare che essa si ripeti è una vera e propria dichiarazione di quello che è importante nella vita. E' la dichiarazione di cosa è l'estasi: uscire dalle proprie e private e quotidiane occupazioni. E' molto molto prezioso, è quello che importa nella vita. E' una risposta alla domanda: "Cosa è importante nella vita?", "Quali qualità sono importanti per lui?". E' chiaro che la cosa non è così semplice.

Bisogna parlare con la persona e vedere cosa esattamente sta succedendo ma ora sto facendo esempi molto brevi in modo che quando torniamo a casa, dopo questa conferenza e magari farete una cosa o un'altra, come stare davanti alla televisione e vedere un film o prendere il telefono e chiamare la ragazza, o il ragazzo o la moglie o decidere: Perchè non andare al mare domani, per rilassarsi, per avere un giorno di relax?
Così, dunque, in accordo con questa visione, in questi momenti ci stiamo ponendo questioni filosofiche fondamentali. Stiamo costantemente facendo dichiarazioni su quello che è importante nella vita, cosa è l'amicizia, cosa è l'amore, cosa significa essere libero, quello che è etico e quello che non è etico, non nel pensiero e nella teoria ma nel comportamento di cui molte volte non siamo coscienti.

L'allegoria della caverna di Platone è una meravigliosa allegoria. Noi tutti viviamo in una caverna, in una caverna in parte personale, un parte culturale. Queste sono limitazioni, certi modelli di pensiero, di sentimento, di preferenze.

Secondo Platone l'obiettivo della filosofia non è di rendere la vita nella caverna più confortevole, come vuole la prima visione della consulenza filosofica (Ran Lahav, si riferisce qui alla concezione di pratica filosofica come professione di cura e quindi ascrivibile al paradigma terapeutico, ndr).
Sono sicuro che tutti avete studiato questa allegoria. L'obiettivo della filosofia non è sistemare queste ombre e farle più confortevoli per la nostra vita, non è risolvere problemi nella caverna ma neppure è la seconda visione (di consulenza filosofica) che è : comprendere la mia caverna.
Nella seconda visione io pongo attenzione di come è la mia caverna, delle affermazioni, delle concezioni, del comportamento.

L'obiettivo della filosofia, e questa è la terza visione (della pratica filosofica, ndr), è uscire fuori dalla caverna, avere una vita più grande di questa caverna. Trascendere quello che sono, andare molto al di là di quello che sono.

Questa è una visione incredibile, non vi pare? Potrebbe non essere pratica, è così alta però penso che questo sia l'obiettivo che la pratica filosofica dovrebbe avere.

Io credo che la Pratica filosofica, secondo questa terza visione, cerca di elevarci, di portarci un po' fuori dalla caverna, liddove è possibile. Questo è quello che si chiama saggezza o qualche persona usa anche la parola "Building". Questo è ciò che sto investigando adesso, questo è ciò che è importante per me adesso. La terza visione include la seconda visione.

Devo capire la mia caverna per poter uscire da essa. Però (la terza visione, ndr.) va oltre la caverna e consiste nell' accorgersi di una cosa: che l'obiettivo è vivere una vita più grande. Se il mio obiettivo è uscire dai miei limiti, dalla mia caverna, allora la Pratica filosofica non è una professione, non è qualcosa in cambio di cui ricevo del denaro. E' un modo di vita, un modo di essere.

domenica 18 maggio 2008

La Consulenza filosofica in Israele


La Consulenza filosofica è approdata in Israele nel 1989 con la fondazione del Center Sophon, diretto da Shlomit Schuster che, dopo aver conosciuto Ad Hoogendijk in Olanda, decise di intraprendere l’attività consulenziale nel suo Paese.
Il centro Sophon, tra le varie attività, offre anche un servizio telefonico gratuito di primo-aiuto per problemi esistenziali e dilemmi etici. Oltre alla Schuster, anche Avshalom Adam, Lydia Amir, Ora Gruengard, Louis N. Sandowsky, Adva Shaviv, Israel Shorek e altri hanno aperto degli studi di Consulenza filosofica in Israele.
La concezione della Consulenza filosofica di Shlomit Schuster può essere identificata come “achenbachiana"; del resto, già il fatto che la consulente israeliana ami denominare la sua attività come Pratica filosofica [Philosophy practice] sta a indicare la sua intenzione di porsi in un rapporto di fedele continuità rispetto alla tedesca Philosophische Praxis .
Essa stessa comunque non rinuncia in assoluto ad utilizzare il più circoscritto termine “counseling”, in quanto, come ricorda, “ha la sua origine etimologica nel significato letterale, neutro, di ‘dare consigli’”.
Schuster riprende da Achenbach, ampliandola, anche la critica ai trattamenti psicologici e psicoterapeutici, soprattutto in riferimento alla loro potente influenza sulla società e sulle modalità d’intendere il concetto di malattia nei singoli individui.
Lei stessa riferisce di come, in alcuni dei suoi casi di consulenza, abbia dovuto partire proprio da una preliminare opera di “depsicoanalisi” e di “dediagnosi”: può capitare infatti che alcuni consultanti pensino se stessi esclusivamente secondo le fisse categorie medico-diagnostiche (ad esempio, possono ritenere di soffrire di determinati “complessi”, di essere affetti da “ansia di prestazione” piuttosto che da disturbi maniaco-depressivi). L’opera di dediagnosi praticata dalla Schuster non è altro che un’opera di ridimensionamento critico di ciò che il consultante considera come la sua realtà psicologica.
E così, ad esempio, spogliare il mito di Edipo dalla sua interpretazione freudiana per far vedere quello che, in fin dei conti è, ossia “semplicemente un mito”, può portare a un benefico “effetto liberatorio” in chi ha sempre interpretato i suoi rapporti con il padre secondo la visione psicoanalitica.
Un’altra figura particolarmente di spicco a livello internazionale tra i consulenti israeliani è sicuramente quella di Ran Lahav, la cui attività consulenziale ebbe inizio nel 1992.
Uno dei primi fattori che caratterizza Lahav, come ben nota lo studioso di pratiche filosofiche Davide Miccione, sono l' equilibrio e la coerenza di pensiero.
Inoltre, il fatto che Lahav sia laureato in psicologia e in filosofia fa sì che la sua riflessione critica in merito al confronto tra approccio della Consulenza filosofica e approccio psicologico sia particolarmente approfondita e degna di considerazione.
Per Lahav, uno degli elementi centrali della Consulenza filosofica è il principio dell’ interpretazione della visione del mondo del consultante: tale visione non è da intendersi come qualcosa che è nella mente della persona o che influenza direttamente gli eventi concreti. Essa piuttosto, “è uno schema astratto che interpreta la struttura e le implicazioni filosofiche della concezione che un individuo ha di se stesso e della realtà” .
Secondo Lahav, tutte le persone “interpretano costantemente il loro mondo, non semplicemente attraverso credenze e pensieri, ma attraverso il loro ‘intero modo di essere’, attraverso il loro esprimere ‘una certa comprensione della natura del sè, di quello che è importante, morale, bello, di quello che sono l’amore, l’amicizia, il coraggio e così via” . Nei suoi ultimi scritti e articoli, Lahav sottolinea la necessità di operare un ripensamento critico nella pratica della Consulenza filosofica. Se, infatti, la consulenza vuole essere filosofica non solo di nome ma anche di fatto deve essere in grado di rinunciare ad ogni ruolo accomodante: invece di “adattarsi alla domanda di mercato”, di fornire cioè risposte e soluzioni ad hoc ai problemi della gente, deve fare quasi l’esatto opposto. Ossia “suscitare l’insoddisfazione intellettuale ed esistenziale […]. Evocare perplessità e timore […]; incoraggiare un approccio all’infinita complessità e ricchezza della vita” . Secondo Lahav, la filosofia deve fungere da coscienza critica della società, e non certo da “ennesima rotella dell’ingranaggio sociale” ; del resto, se così fosse, il consulente filosofico, in quanto “fornitore di beni”, non sarebbe molto dissimile dallo psicoterapeuta o da un qualsiasi “intrattenitore che mira ad appagare la voglia di divertirsi, o come lo spacciatore di droga che vende pillole ‘ansiolitiche’ per far sentire meglio la gente, o il chirurgo plastico che cambia i nasi delle persone per soddisfare un certo narcisismo, o ancora il mobiliere che vende pezzi d’arredamento per venire incontro alle esigenze di comfort”.
Per Lahav la svolta della Consulenza filosofica potrebbe essere in direzione di una concezione platonica, ossia verso una “filosofia contemplativa”: "la pratica filosofica, il filosofare, è connessa al nostro intero essere. Essa risveglia in noi quel desiderio di andare oltre, verso un livello più profondo delle nostre cose quotidiane. Verso un qualche tipo di trasformazione che ci aprirà a un mondo più grande fuori della caverna o, se preferite, alla luce” .
Un’altra consulente israeliana, molto nota a livello internazionale, è Ora Gruengard.
Per la Gruengard la consulenza filosofica assolve al suo ruolo quando si pone come filosofia critica. Il consulente è da intendersi dunque come un filosofo critico e anti-dogmatico in grado “di lasciare spazio alla perplessità o, perfino, all’inspiegabile, all’indeterminato, all’impredicabile” . Ma questo è possibile solo rinunciando alla pretesa del sapere e a quella dose di certezza garantita dalla conoscenza esatta per far posto all’accettazione della propria fallibilità. In questo senso, il consulente filosofico eredita da Socrate non solo la coscienza di non sapere ma anche l’accettazione di questo non sapere. Come la stessa Gruengard ha ricordato nel suo intervento alla Sesta Conferenza Internazionale sulle Pratiche Filosofiche tenutasi ad Oslo nel luglio 2001: “Socrate era un ignorante come tanti altri, ma l’unico che pensasse di essere tale. Noi dovremmo prendere seriamente il suo coraggio di tollerare l’ignoranza. Non che egli non sperasse di imbattersi in qualche solida verità, ma impiegò piuttosto la sua vita in una lotta critica contro false credenze ed ingiustificati diritti nei confronti del sapere. Ciò dovrebbe illuminare ogni counseling filosofico che si riconosce come effettivamente critico. Così, lo stesso consulente filosofico ‘critico’ dovrebbe forse dotarsi di un termine più adeguato, e sicuramente più modesto, per indicare sé stesso e la propria attività” . In poche parole, se si dovesse trovare un motto per il consulente filosofico critico, questo motto sarebbe: “non è necessariamente così”, ossia non è detto che A sia sempre diverso da B o che quello che si crede sia la verità, lo sia a tutti gli effetti.


Da "La Consulenza filosofica: storia e modelli", Maria Devigili, Trento, 2007

giovedì 28 febbraio 2008

La nona conferenza internazionale sulla Consulenza filosofica

Correva l'anno 1994 quando a Vancouver in Canada si teneva la prima conferenza internazionale sulla consulenza filosofica organizzata da Ran Lahav e da Lou Marinoff. Quest'anno, l'Italia avrà l'onore di ospitare la nona edizione della international conference : si terrà a Luglio a Carloforte (v.d foto) sulla bellissima Isola di San Pietro che si trova nell'arcipelago del Sulcis, a sud ovest della Sardegna. Interverranno alcuni pilastri della consulenza e della pratica filosofica nel mondo: il norvegese Anders Lindseth, Ran Lahav, Petra Von Morstein, Neri Pollastri, Ludovico Berra, Umberto Galimberti. Alla lista potrebbe aggiungersi anche l'israeliana Ora Gruengard, molto nota a livello internazionale ma ancora poco in Italia.
Per Info: