Considerazioni preliminari

Innanzitutto, è bene precisare che non sono una consulente filosofica o una sedicente tale (purtroppo, esiste anche questa categoria). L'obiettivo di questo blog è quello di fornire alcune informazioni di base sul mondo della Consulenza filosofica. Ho avuto modo di svolgere delle ricerche sulle pratiche filosofiche e, in particolare, sulla consulenza: il frutto di queste ricerche è la mia tesi di laurea. Credo che esistano molti luoghi comuni sulla Consulenza filosofica, probabilmente legati a quelli sulla Filosofia, spesso originati dalla superficialità con cui essa viene presentata. Non pretendo di dissolvere completamente i vostri dubbi ma semplicemente di costruire una sorta di "spazio neutro"; sia ben chiaro, la neutralità assoluta non esiste, ognuno parte da supposizioni e, in effetti, io ho una mia precisa idea della consulenza filosofica. Semplicemente, non sono una consulente filosofica, non ho nessun servizio da offrire, non devo convincere nessuno della bontà della mia missione.
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domenica 3 agosto 2008

Ran Lahav: l'obiettivo della Pratica filosofica



In questo video, Ran Lahav, interessante teorico della pratica e della consulenza filosofica parla della sua concezione di Pratica filosofica durante la prima conferenza nazionale di pratica filosofica del Perù, tenutosi all'Università nazionale di San Marcos a Lima nel febbraio 2007.

Qui sotto la traduzione in italiano. Alcune premesse. Quando Lahav parla di "prima visione ", di seconda visione etc si riferisce a delle diverse concezioni di consulenza filosofica. La prima visione è la concezione di consulenza filosofica come opera di chiarificazione linguistica e che viene generalmente usata nell'ambito della professione di cura. La seconda visione, come afferma lo stesso Lahav, vede la consulenza filosofica come una auto-comprensione. La terza come uno stile di vita. In alcuni casi, comunque, ho aggiunto delle note. L'audio del video, forse, non è un granchè ma in compenso le parole di Lahav sono ottime!


Dunque, si è andata a sviluppare una nuova corrente di Pratica filosofica in cui sono stato molto attivo, ma sono certo che non era l'unica. Questa corrente si basava sull'idea che la filosofia non risolve problemi, al contrario, sono i problemi che possono portare alla vita. Non risolve situazioni difficili, semmai, a volte, pone situazioni difficili. Secondo questa seconda visione, la Pratica filosofica, dovrebbe essere uno sviluppare la nostra auto-comprensione, essere più coscienti delle questioni fondamentali con cui ci confrontiamo nella vita. Il punto è che nella vita quotidiana stiamo tutto il tempo chiedendoci domande filosofiche fondamentali, non solo nel nostro pensiero ma anche nelle nostre scelte, nelle nostre emozioni, nelle nostre speranze e desideri.

Vi faccio un esempio molto semplice: immaginate che il mio migliore amico sta uscendo con una nuova ragazza, che ha una nuova ragazza, e che passino tre settimane prima che egli mi dica che ha una nuova ragazza e quando lo so mi sento molto offeso. Il mio migliore amico non mi ha detto nulla della sua nuova ragazza? Si potrebbe dire che questa è una emozione, giusto? Lo stare offeso. Ma il mio sentimento, la mia emozione, realmente mi dicono qualcosa su quello che è l'amicizia. La mia emozione dice: amicizia significa condividere informazioni personali. Così che, nonostante nella teoria e nel pensiero, mai mi sono posto la domanda su che cosa sia l'amicizia, nella realtà la mia emozione ha espresso una certa concezione di amicizia.

Le nostre emozioni, i nostri comportamenti, le nostre scelte...tutto il tempo, interpretano il mondo: stanno rispondendo a questioni filosofiche profonde, nonostante noi non ne siamo coscienti.

Lo scorso semestre in Israele, un mio stidente in un esercitazione di consulenza filosofica, mi raccontò che il momento più grande della sua vita, nel quale sempre pensa e che desidera sempre che succeda di nuovo, è stato quando in una partita di pallone, la nazionale israeliana ha vinto e fu un'estasi per lui.

Ora, se andiamo un po' più in profondità: il fatto che per lui questa sia stata un'esperienza
talmente bella, a tal punto che continua a pensarla e a sperare che essa si ripeti è una vera e propria dichiarazione di quello che è importante nella vita. E' la dichiarazione di cosa è l'estasi: uscire dalle proprie e private e quotidiane occupazioni. E' molto molto prezioso, è quello che importa nella vita. E' una risposta alla domanda: "Cosa è importante nella vita?", "Quali qualità sono importanti per lui?". E' chiaro che la cosa non è così semplice.

Bisogna parlare con la persona e vedere cosa esattamente sta succedendo ma ora sto facendo esempi molto brevi in modo che quando torniamo a casa, dopo questa conferenza e magari farete una cosa o un'altra, come stare davanti alla televisione e vedere un film o prendere il telefono e chiamare la ragazza, o il ragazzo o la moglie o decidere: Perchè non andare al mare domani, per rilassarsi, per avere un giorno di relax?
Così, dunque, in accordo con questa visione, in questi momenti ci stiamo ponendo questioni filosofiche fondamentali. Stiamo costantemente facendo dichiarazioni su quello che è importante nella vita, cosa è l'amicizia, cosa è l'amore, cosa significa essere libero, quello che è etico e quello che non è etico, non nel pensiero e nella teoria ma nel comportamento di cui molte volte non siamo coscienti.

L'allegoria della caverna di Platone è una meravigliosa allegoria. Noi tutti viviamo in una caverna, in una caverna in parte personale, un parte culturale. Queste sono limitazioni, certi modelli di pensiero, di sentimento, di preferenze.

Secondo Platone l'obiettivo della filosofia non è di rendere la vita nella caverna più confortevole, come vuole la prima visione della consulenza filosofica (Ran Lahav, si riferisce qui alla concezione di pratica filosofica come professione di cura e quindi ascrivibile al paradigma terapeutico, ndr).
Sono sicuro che tutti avete studiato questa allegoria. L'obiettivo della filosofia non è sistemare queste ombre e farle più confortevoli per la nostra vita, non è risolvere problemi nella caverna ma neppure è la seconda visione (di consulenza filosofica) che è : comprendere la mia caverna.
Nella seconda visione io pongo attenzione di come è la mia caverna, delle affermazioni, delle concezioni, del comportamento.

L'obiettivo della filosofia, e questa è la terza visione (della pratica filosofica, ndr), è uscire fuori dalla caverna, avere una vita più grande di questa caverna. Trascendere quello che sono, andare molto al di là di quello che sono.

Questa è una visione incredibile, non vi pare? Potrebbe non essere pratica, è così alta però penso che questo sia l'obiettivo che la pratica filosofica dovrebbe avere.

Io credo che la Pratica filosofica, secondo questa terza visione, cerca di elevarci, di portarci un po' fuori dalla caverna, liddove è possibile. Questo è quello che si chiama saggezza o qualche persona usa anche la parola "Building". Questo è ciò che sto investigando adesso, questo è ciò che è importante per me adesso. La terza visione include la seconda visione.

Devo capire la mia caverna per poter uscire da essa. Però (la terza visione, ndr.) va oltre la caverna e consiste nell' accorgersi di una cosa: che l'obiettivo è vivere una vita più grande. Se il mio obiettivo è uscire dai miei limiti, dalla mia caverna, allora la Pratica filosofica non è una professione, non è qualcosa in cambio di cui ricevo del denaro. E' un modo di vita, un modo di essere.

martedì 20 novembre 2007

Consulenza filosofica in azione: Oscar Brenifier

Durante la stesura della mia tesi ho spesso visitato il sito del filosofo pratico e consulente filosofico francese Oscar Brenifier, sito ricco di contenuti, spunti e informazioni sulla pratica filosofica in Francia e, sopratutto sulla "Philosophie pour enfants".
Dunque, ieri sono ritornata sul suo sito ed ho scoperto delle interessantissime novità: alcuni video di "consultation philosophique".
Altri suoi video sono reperibili su Google-video (in francese, in inglese e in spagnolo).
Chiaramente si tratta solo di un esempio di consulenza filosofica. Gli approcci variano molto da un consulente filosofico all'altro.
La struttura seguita da Brenifier è decisamente analitica e cartesiana. Si parte da una domanda, si isolano dei concetti e si prosegue di volta in volta verso una maggior chiarificazione. Per ora ho tradotto solo i primi 7 minuti e mezzo del video. Chi volesse collaborare e proseguire con la traduzione sarà certamente il benvenuto!

QUI EST-CE QUE JE RENCONTRE QUAND JE RENCONTRE L'AUTRE?




CHI INCONTRO QUANDO INCONTRO L'ALTRO?


A (Oscar Brenifier): Qual è la domanda?
B (Consultante) : La domanda è "Chi incontro quando incontro l'altro?"
A: Qual è il concetto che pone più problemi qui? Lei sta esitando, perchè?
B:Perchè un po' mi spaventa...
A: Cosa la spaventa?
B: L'incontro con l'altro
A: Ecco...Cos'è l'incontro? In generale, cos'è un incontro
B: E' una presenza
A: E' una presenza... e allora...cosa vuol dire essere una presenza, cosa implica "essere una presenza"?
B: Essere con, essere in ascolto, essere ascoltati
A: Bene, ora vediamo l' "altro": che cos'è?
B: E' per me
A: E' per me...Vediamo, qual è la differenza principale tra il concetto di incontro diretto (essere in ascolto e ascoltare) e dell' "altro" che è per me, come possiamo categorizzare la relazione di questi due concetti?
B: ...Nell'ascolto c'è sia presenza e di assenza
A: Bene, allora possiamo dire che ci sono due antinomie, c'è sia presenza e assenza, dunque cos'è la presenza?
B: L'incontro
A: L'incontro è la presenza. E l'altro dunque?
B: E’ l'assenza
A: Allora, qual è dunque il problema che si pone?
B: Come si può incontrare ciò che è assente…
A: Ecco, dunque: la presenza dell'assenza. Si pone il problema della presenza dell'assenza. Non ne è certa?
B: Poco
A: Perchè?
B: Perchè intorno al concetto di altro e di incontro io non ho mai fatto delle associazioni, non li ho mai associati all' assenza e alla presenza.
A: D'accordo ma il fatto che l'altro sia assenza è quello che ci preoccupa e il fatto che l'incontro sia una presenza può anche andare, non è così?
B: Sì
A: Sì, dunque il problema che si pone qui è l'altro come assenza, giusto?
B: Sì
A: Qual è il problema di definire l'altro come un'assenza?
B: ...Non c'è riconoscimento
A: Non c'è riconoscimento: se l'altro è assente non c'è riconoscimento. E del resto, in generale quando si tratta dell'altro ha senso dire che non c'è riconoscimento? L'altro che si incontra è riconoscimento o piuttosto è assenza di riconoscimento?
B: Assenza di riconoscimento. Perchè se si può incontrare, chi non lo fa è assente, chi non lo fa è altro.
A: Ma lei dice "si può" incontrare. Può incontrare qualuno che è qua? Come lo conosce? Se lei lo ha già conosciuto lo può incontrare?
B: Ma è un processo...C'è un processo di riconoscimento con l'incontro
A: Ma come può incontrarlo se lui è già qua?
B: Mh...
A: Dov' è il problema? Se io dico che è qua lui è già incontrato. Ma se io dico che posso incontrare...Chi posso incontrare?
B: Quello che non è qua
A: Dunque io posso incontrare unicamente colui che non è qua. Le sembra strano?Allora ripartiamo:Chi incontro quando incontro l'altro? Cosa rispondiamo?
B: Quello che non è qua
A: Però, se io lo incontro...Chi incontro: quello che è altro o quello che non è altro?
B: Quello che non è altro
A: Chi incontro quando incontro l'altro?
B: Me
A: Interessante...e ora analizziamo: è possibile che quando incontro l'altro io incontri me stesso?